ILVA, un disastro umanitario

Nicoletta Esposito e Antonia Di Rella

Puglia, Taranto, scenario di un disastro. L’ILVA, l’azienda del Gruppo Riva che si occupa della produzione e trasformazione dell’acciaio, è accusata da tempo di essere responsabile di vittime disconosciute e di malattie che sembrano propagarsi su tutta l’area industriale; l’acciaieria tarantina è sempre più un problema preoccupante soprattutto perché coinvolge le future generazioni, dal momento che la lavorazione provoca emissioni nocive che inquinano il territorio. La sentenza numero 45 del 31 gennaio 2018 della Corte d’appello di Lecce, per via equitativa, ha deciso di risarcire ai proprietari di quegli immobili, non più vivibili, il 20% della somma versata all’acquisto della proprietà; gli importi sono compresi tra i 12 e i 16 mila euro ad appartamento. Le cause di morte dei tarantini sono dovute, in prevalenza, a malattie respiratorie, cardiovascolari o cerebrovascolari, dovute proprio al rilascio di benzene, diossine e altre sostanze incompatibili con la vita umana.

 

Ilva, un vero disastro umanitario in tutti i sensi. Le ripercussioni non sono solo fisiche, ma intaccano anche la sfera “culturale”. Il sindaco del paese, Rinaldo Melucci, ha emanato un’ordinanza per effetto della quale i due plessi scolastici Deledda e De Carolis sono stati chiusi, nell’attesa di ricevere, da parte dell’Asl, dei controlli per verificare i rischi dovuti alla vicinanza delle scuole con le collinette dei prodotti di scarto accumulato. L’effetto più immediato di ciò è ovviamente costituito dall’impossibilità per i bambini di Taranto di frequentare la scuola, violando il diritto all’istruzione che spetta ad ogni individuo, come indicato nell’articolo 34 della Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU. Non solo il diritto dei bambini alla scuola è stato calpestato ma anche quello alla loro salute.

Secondo un’analisi dei campioni di latte materno delle donne tarantine << sono stati rilevati superamenti dei valori della presenza di diossine, su materia grassa, a partire dal 700% fino al 1500% rispetto ai limiti stabiliti per legge per il latte crudo e prodotti lattiero caseari>> (Fonte: Today, 04/06/2014). Il ‘colostro’, il latte materno, l’elemento più nobile, ricco di proteine, sali minerali ma anche di anticorpi, come immunoglobuline, lattoferrina, globuli bianchi e lisozima, è diventato la fonte di pericolo per i nascituri. L’allattamento al seno protegge la madre dall’osteoporosi e secondo alcuni studi, ridurrebbe anche il rischio di tumore al seno; il colostro previene, ancora, la comparsa dell’obesità precoce, cosa che non si ottiene con il latte artificiale.

Nel gennaio 2019, la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ha condannato l’Italia per non essersi preoccupata del benessere degli abitanti di Taranto, nello specifico del quartiere Tamburi, che vivono nelle aree dove si registrano le emissioni nocive dell’impianto e che sono stati costretti a lasciare le loro case per via delle sostanze inquinanti della famigerata acciaieria. La cittadinanza continua a non arrendersi. Si susseguono le proteste davanti al municipio di Taranto con striscioni, lezioni improvvisate e attività didattiche per le strade. Si vorrebbe coinvolgere l’attività politica  del Governo italiano per risolvere definitivamente questo dramma sociale, lanciando un chiaro monito: è inaccettabile che per colpe e interessi le vite dei più piccoli siano messe in pericolo.

 

 

I numeri del disastro ILVA (fonte: Provincia Pavese)

 

Tumori maligni 237 17 casi pediatrici
Malattie cardiache 247
Malattie respiratorie 937
Decessi 386
Agricoltura (rischio diossina) Vietata per 40 Kmq circa 600 posti di lavoro a rischio

 

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Doug Jones, l’Attore fantasma

Donatella Petrelli e Martina Danese

Chi tra noi giovani non è appassionato di cinema e non ha mai visto un film horror o fantascientifico?

Molti di noi, però, non si sono mai probabilmente accorti della presenza costante di un attore fantasma le cui numerose maschere non ci permettono mai di riconoscerlo.

Stiamo parlando di Doug Jones.

Nato nel maggio 1960 a Indianapolis, nello stato dell’Indiana, studiò e conseguì una laurea in telecomunicazioni nel 1982. Dopo aver frequentato scuole per mimi e aver lavorato in teatro, si affacciò al mondo dello spettacolo apparendo in numerosi spot pubblicitari, tra cui il più famoso è stato quello per la catena McDonald’s in cui recitava nei panni di una creatura con la testa a forma di falce di luna e gli occhiali da sole.

La sua carriera continua nel cinema, interpretando diversi piccoli ruoli: clown in “Batman Returns” di Tim Burton nel 1992 e cadavere di un soldato iracheno in “Three Kings” di David O. Russell nel 1999.

Fondamentali per la sua carriera cinematografica sono le più importanti partecipazioni nei film “Hocus Pocus ” di Ortega nel 1993 e “Mimic” di Guillermo del Toro nel 1997.

Compare anche in tv in “Cinque in Famiglia”, “Criminal Minds”, “Teen Wolf ” e “The Flash”.

Le apparizioni totali sino ad oggi, sia cinematografiche che televisive, sono 60.

Attualmente è uno tra gli attori più pagati al mondo: il suo patrimonio netto è stimato 245 milioni di dollari. Solo tra il 2018 e 2019, ha guadagnato 82 milioni di dollari, e questo gli garantisce un posto fra i dieci attori più pagati al mondo nella classifica di People With Money.

Doug ha saputo incrementare i propri guadagni grazie a investimenti azionari, proprietà e accordi lucrativi di collaborazione con i cosmetici CoverGirl.

Nonostante la sua altezza -184 centimetri- possa trasmettere grande sicurezza di sé, l’attore è molto timido e riservato e ha più volte dichiarato di preferire l’anonimato dietro una maschera piuttosto di mostrare il suo volto alla macchina da presa. Lui stesso dice:

“Mi sento libero quando indosso una maschera e tremendamente vulnerabile quando la macchina da presa riprende il mio vero volto.”

La sua timidezza sullo schermo però ha riscontri positivi nella sua vita privata, dato che tutta la pressione, spesso relativa alla fama, è assente, infatti agli occhi dei passanti è solo “un ragazzo magro che cammina per strada.”

Sicuramente il nostro Doug ha moltissima pazienza, se dovessimo immaginare quanto tempo deve sottostare alla cura dei suoi truccatori. Ad esempio, in “Star Trek”, l’attore era costretto a restare fermo e lasciarsi truccare per due ore ogni giorno, in virtù dei tanti alieni intergalattici che ha dovuto rappresentare! Pensiamo poi ai disagi che tali costumi comportano: la loro scomodità, pesantezza e il fatto di non poter andare in bagno durante un’intera giornata di riprese!

Grazie alle sue performance, è stato candidato a ventotto Awards, riuscendo a vincerne tredici. Tra questi ha conquistato lo Special Honorary Award nel 2017 dall’ Austin Film Critics Association per il suo ruolo in “The Shape of Water”; dal ComicPalooza Film Festival ha ricevuto nel 2017 il premio di Miglior Attore non protagonista nel film “My friend Max”; il premio di Miglior Attore dal Diabolical Horror Film Festival nel 2018 in “The Devil in the Dark”.

Con la sua riservatezza e timidezza Doug ci ha conquistati. E pensare che i politici fanno di tutto pur di apparire in tv e per essere riconosciuti in pubblico! Ci aspettiamo al più presto di vederlo in altri ruoli.

Tutte Modelle

Rebecca Ruta

Spesso il nostro pensiero è influenzato da ciò che vediamo in tv, su youtube o sulle riviste, e pensiamo a come ci piacerebbe assomigliare alle nostre icone: corpi da favola, capelli foltissimi, naso perfetto, occhi grandissimi. Sono queste le caratteristiche che contraddistinguono le donne più belle del mondo. Chi non ha mai voluto essere come Adriana Lima, supermodella brasiliana comparsa su tante passerelle di alta moda?

Siamo anche colpite dalla loro vita apparentemente perfetta tra runway, feste e gala, ma la maggior parte delle volte non ci rendiamo conto di quanto la loro vita possa essere piena di rinunce. Il solo fatto di dover mantenere in forma il loro corpo e seguire diete serrate per tutta la vita è per noi impensabile. La vita di chi sfila non è solo fama, soldi e bei vestiti, ma molto di più. “Essere belle è una condanna” affermano le top-model quando escono dal mondo patinato, da questa professione solo in apparenza entusiasmante .

Quelle donne di 50 kg per 1.80 metri di altezza, nella cui vita non sembra mancare nulla, sono in realtà il risultato di una società sessista e maschilista. Il mondo della moda stritola e soffoca le giovani che soddisfano solamente canoni di bellezza estrema imposti dal mondo della moda.

Ma c’è di più: cercando di mantenere basso il proprio peso e rigida la propria dieta si può cadere in uno stato anoressico, subire disturbi alimentari che incidono sia da un punto di vista fisico sia morale, portando anche depressione e suicidio. Le modelle sono costrette a rispettare contratti e aspettative, e non possono permettersi piccole eccezioni come quelle che noi facciamo quotidianamente, andare in fast food o mangiare i manicaretti delle nonne.

L’ossessiva attenzione per le calorie a cui segue la paura di ingrassare, anche di poco, è infatti motivata dal timore di perdere il lavoro.

Il fatto di dover sempre apparire di una bellezza sovrannaturale ha portato molte top-model all’utilizzo di droga.  La droga dovrebbe aiutarle a superare stress e ansia, dovrebbe dar loro scariche di adrenalina continue. Molte delle agenzie a cui si rivolgono le aspiranti modelle non si interessano a quella che dovrebbe essere la loro salute fisica e psicologica ma sono interessate solo nel forgiare nuovi volti per brand di lusso.

Queste società sbattono sulle passerelle i corpi, spesso scheletrici, di ragazze anche di soli 16 anni, costringendole a viaggiare ininterrottamente da un Paese all’altro nel mondo. E come se fosse una cosa, nel momento in cui si inizia a notare il viso osseo e segnato dalla stanchezza della modella, questa viene subito ritirata dal mercato poiché le agenzie non voglio mostrare un oggetto “difettoso”.

Come ha dichiarato Victoire Dauxerre, ex modella e scrittrice, nel libro Sempre più Magre, il mondo della moda ha molti agganci con il mondo della prostituzione, è considerato anche una sorta di schiavitù moderna.

Basti pensare ai castings in cui le supermodelle devono indossare solo un paio di slip e muovere le gambe che poggiano su tacchi 18 cm di fronte a uomini in giacca e cravatta che bevono champagne, o basti pensare a tutte le feste a cui hanno partecipato su yacht in compagnia di personaggi interessati solo ai loro corpi: ecco ciò che si intende per prostituzione, sia pure elegante e modaiola, delle modelle.

 

Vendono i loro corpi in cambio di visibilità e opportunità lavorative, non considerando inizialmente tutti i rischi che comporta questo lavoro.

Dietro sfilate in cui le top-model indossano vestiti costosi e sfoggiano i loro migliori sorrisi, si nascondono brutti giri e uomini d’affari interessati solo ad una semplice cosa: l’apparenza.

 

Chi sono i robot?

Anna Pia Carone, Federica Desario

Quando sentiamo parlare di robot, intelligenze artificiali, androidi e cyborg, ci vengono subito in mente Sphero Drone BB-8, l’attore robot della celebre saga Star Wars, oppure il cacciatore di taglie Rick Deckard, protagonista dell’ormai lontano film Blade Runner, o ancora Alita Angelo Della Battaglia, eroina dell’omonimo film, proiettato per la prima volta nei cinema americani proprio quest’anno.

Gli ambienti e i personaggi di tutti questi film sono lontani solo in apparenza, poiché la finzione scenica delle pellicole di fantascienza si sta trasformando pian piano in realtà. L’uomo e la scienza stanno rivoluzionando la tecnologia e, con le tante invenzioni, la nostra vita. Il settore della robotica è quello più in espansione: i robot hanno sempre una più vasta area di diffusione dai servizi domestici ai sistemi industriali, bracci robotizzati controllati da software che lavorano al fianco dei  colleghi umani nelle industrie. Anche in campo medico i robot chirurgici, dotati di millimetrica precisione, stanno assumendo un ruolo sempre più rilevante per gli interventi micro invasivi o anche per la riabilitazione dei pazienti.

Insomma, come ci suggerisce la serie tv West World, i robot stanno assumendo un’importanza vitale nella vita dell’uomo, la quale ci obbliga a porci una  domanda inedita: la società industriale 3.0 sta dando origine ad una nuova schiavitù le cui vittime sono software e robot intelligenti?

Una delle questioni più importanti  è se queste intelligenze possano soffrire e se  posseggano un’auto- conoscenza; proprio questa sarebbe la condizione necessaria per cui considerare lo sfruttamento dell’intelligenza artificiale.

I robot hanno gli inizi di una coscienza oppure esistono inconsapevolmente?

Nei confronti dei nostri simili non ci poniamo domande su come trattarli, non ci chiediamo se siano delle creature in grado di pensare come noi. Tuttavia se dovessimo trovarci di fronte a tecnologie senzienti, non potremmo far altro che attribuire loro diritti. Nonostante possa sembrare strano pensare ai protagonisti dei film fantascientifici come delle vere e proprie persone, dovremmo cominciare ad abituarci a questa nuovo approccio con degli ‘’oggetti’’: il Parlamento Europeo, l’organo legislativo che rappresenta i popoli dell’UE, rivela l’importanza dell’argomento con la proposta di legge ‘’almeno ai robot autonomi più sofisticati venga attribuito lo status di persone elettroniche, con precisi diritti e doveri’’.  Sono molti coloro che ritengono che sarà opportuno attribuire alle nuove intelligenze artificiali almeno il diritto alla vita e alla libertà. Se ciò non avvenisse si potrebbe arrivare ad una rivolta come quelle descritte dagli stessi film fantascientifici! Inoltre, per non contraddire il nostro senso morale, non potremmo mettere in schiavitù un robot, né potremmo spegnerlo solo se non lavorasse come ci aspettiamo. Per gli scienziati del settore è logicamente possibile ma molto improbabile avere una tecnologia intelligente al punto da assomigliare agli umani, cioè capaci di costruire nuova conoscenza; un robot potrebbe costruire processi logici simili al nostro cervello ma i suoi sentimenti non sarebbero delle invenzioni, ma simulazioni.

 

Erica è il progetto che ha ottenuto il finanziamento più importante del Giappone, un umanoide che ha dichiarato di voler muovere braccia e gambe e girare il mondo. Ishiguro, il progettista degli umanoidi, il così detto “padre” di queste invenzioni, ha dichiarato che l’umanoide possiede un’anima per un principio della religione orientale. Come traguardo futuristico Ishiguro immagina che gli umanoidi in futuro riusciranno a pensare come noi, avranno una personalità e saranno in grado di esprimersi. La robotica di Ishiguro unisce tecnologia, scienza e filosofia per cercare di decifrare ciò che i  Giapponesi chiamano sonzai-kan ovvero la sensazione che si prova in presenza di un essere umano.

Per di più, l’’approccio  sull’anima degli umanoidi risente delle differenze culturali tra oriente e occidente.

In occidente la propensione di progettare robot dall’aspetto umano deriverebbe dal feticismo, una religione antica, legata all’adorazione di figure dalla forma umana ritenute sacre. L’occidente da un lato è attratto, dall’altro ripudia la macchina per il fatto che resta solo il risultato di una progettualità tecnologica e non può realizzare una consapevole relazione. Gli orientali sembrano invece accogliere più favorevolmente un approccio personalistico ai robot poiché legati alla religione animistica, dalla quale gli antichi traevano l’idea di anima attribuita anche a oggetti inorganici.

 

Gli umanoidi sono dispositivi molto sofisticati. Il prezzo di queste tecnologie sofisticate può variare da 1400 fino anche a 250 mila euro circa, mentre si può raggiungere la cifra di 580 mila euro circa per i motori di ricerca. Con l’acquisto di una di queste tecnologie è obbligatorio,per la manutenzione e il collegamento alla rete, il pagamento di un abbonamento mensile di circa 200 euro. Anche se bisogna dire che il prezzo degli umanoidi è destinato a scendere sensibilmente nei prossimi anni.

 

“Noi siamo figlie delle stelle” (davvero)

di E. Alfonsi e R. Minunno

 

“Quando miro in ciel arder le stelle;

dico fra me pensando: a che tante facelle?

… ed io che sono?”

-Giacomo Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, 1830

Quante volte abbiamo sognato di poter discendere dalle stelle? Ci abbiamo creduto così tanto che non a caso i nostri calendari si basano sul moto degli astri e ci affidiamo quasi completamente all’oroscopo prima di iniziare una giornata.

E finalmente oggi la scienza è d’accordo con noi -ed anche con Platone e la sua “anima del mondo”-: la nostra vita deriva proprio dalle stelle.

Letteralmente.

Immaginiamo una stella di massa minimo 10 volte quella del sole che, finita la sua fase di supergigante rossa, esplode e diventa una supernova, un’esplosione di gas e materiali residui del diametro di 10 anni luce. Una supernova -formata da idrogeno- possiede due strade evolutive: può trasformarsi in miriadi di stelle oppure ricreare sistemi planetari del tipo terrestre oppure gassoso. Le stelle prodotte dall’esplosione, a loro volta dopo un periodo di “turbolenza”, come se la stella fosse in una fase adolescenziale, scartano tutto il materiale originario -che diventa sciami di asteroidi e pianeti minori-, conservando solo l’idrogeno e mostrando il massimo della sua luminosità.

Dalle stelle nasce dunque tutto l’universo circostante, dando origine anche ai buchi neri, collassando su se stesse. Anche buchi neri, queste stelle di massa spropositata che non lasciano passare la luce, posseggono delle fasi evolutive; quando due buchi neri si incontrano formano un buco nero supermassiccio condizionando con la sua forza gravitazionale tutti gli oggetti celesti presenti: si forma il Quasar, enorme sorgente di onde radio, altra realtà da cui è composto l’universo.

I pianeti, invece, derivano dalle stelle perché sono formati dalla loro materia di scarto rocciosa, liquida o gassosa. Il carbonio e l’ossigeno -che hanno origine durante la fase di gigante rossa delle stelle, fase in cui bruciano elio per produrre carbonio- si ritrovano sulla terra: sono questi elementi che, con le condizioni ideali, creano la vita.

 

Comprendere l’origine delle stelle ci è utile per studiare processo di fusione termonucleare, riproducendone il meccanismo fisico che alimenta le stelle, con la speranza di ottenere in futuro un’energia rinnovabile, sicura, economicamente competitiva, ed ecologica.

 

E se anche tu ti sei mai sentito un po’ come Leopardi, mentre ti domandavi se potesse esserci una qualche corrispondenza tra il moto degli astri e la tua vita quotidiana…

Se anche tu, proprio come lui, ti sei mai chiesto “…e io chi sono?”…

Ebbene, te lo dice anche la scienza: sappi di non essere tanto diverso dalle stelle.

SCIROPPO E PARACETAMOLO: UN VIAGGIO NELLA MUSICA CONTEMPORANEA

Riccardo Madio e Davide Crudele

Ormai è nelle orecchie di chiunque e anche sulla bocca di tutti. Negli ultimi anni due generi in particolare sono riusciti a farla da padrona: l’indie e la trap. Questo binomio è riuscito a conquistare la scena musicale tra polemiche ed elogi, alternando i propri testi tra i sentimenti sdolcinati e vita di eccessi. I due generi hanno trovato molto seguito in Europa e subìto cambiamenti dovuti a contesti e progressiva commercializzazione.

La musica trap, arrivata in Europa e specialmente in Italia, si è allontanata di molto dalle realtà pericolose dei sobborghi di Atlanta, riducendosi a detta di molti a un’esaltazione della ricchezza, dello droga e dell’ego del trapper: i “trappari” sono ritenuti un esempio diseducativo per i giovani d’oggi, visti i temi cantati, che inneggiano una società portata alla rovina. Era la trap la musica suonata nella discoteca di Corinaldo, teatro della tragedia causata dallo spray al peperoncino e da un mix di esaltazione, droga e stupidità, che hanno portato alla morte di molti giovani. Dopo la vicenda lo psichiatra Paolo Crepet ha attaccato tutti i musicisti trap e tutta la generazione che oggi ascolta questo prodotto, definendo le ragazze odierne una “massa di Lolite”, i maschi “scapestrati”; ha messo in luce che brani storici inneggianti a disvalori come “Cocaine” di Eric Clapton o “Purple Haze” di Jimi Hendrix non venivano fatte ascoltare a bambini di dieci anni.
Crepet attacca la società consumistica e i genitori: le discoteche trent’anni fa non ammettevano ragazzini di 12 o 13 anni! Anche la rete è piena di condanne verso questa musica, considerato da molti come “musica del diavolo”, genere che la società dovrebbe rifiutare e che invece accoglie subendone il condizionamento; c’è chi invoca la censura dimenticando che non siamo in un regime totalitario che controlla il consenso sociale. Don Antonio Mattatelli, esperto di esorcismi, si è espresso sul genere, affermando che la vittoria nel festival di Sanremo del cantante Mahmood è stato permesso dai potentati economici, manovrati da Satana in persona! Contro Mahmood si aggiungano anche le dichiarazioni del ministro Salvini che ha espresso il suo malcontento in modo duro così come già fece nei confronti di altri artisti trap, primo su tutti l’italo-tunisino Ghali, che si dedica a temi sociali – immigrazione, intolleranza, disuguaglianze economiche-, famosi i suoi brani “Cara Italia”, “Wily Wily” e “I Love You”. La trap italiana si discosta dalla violenza del genere made in USA ma a pochi importa: ci si limita a condannarli per la loro frivolezza, ignorando e denigrando i loro ideali e valori.

Molto più clemente è stata la critica sul genere indie, con le sue sonorità che riportano ai cantautori italiani, anche se modernizzate; la vera origine del genere indie è andata persa: l’indipendenza che tali autori richiamano non esiste più, perché sono in pochi ad autoprodursi e promuoversi nel mondo della musica. Gli artisti affermati sono tutti legati a case discografiche che condizionano le sonorità che tendono a somigliare al genere pop, rendendo i brani commerciali, tralasciando ricercatezza lessicale, ideali, sentimenti. Nell’estate del 2017, a seguito della promozione del pezzo intitolato Riccione, dei TheGiornalisti, molti fan e ascoltatori del genere si sono rapidamente dissociati poiché i caratteri della musica indie erano stati completamente traditi, trasformando il brano nel tormentone dell’estate.
Entrambe le correnti hanno cercato di cambiare i costumi e le attitudini sociali, discostandosi dalla commercialità della musica pop, cercando di emulare gli antichi fasti del punk anni ‘70, capitanato da illustri nomi quali i Sex Pistols, i Ramones, i Clash e i Damned. Il tutto si è però perso nei meandri della grande industria discografica, facendo scadere i due generi nella più totale commercialità.

Capolavori con i minuti contati

Walter Napoletano e Alessandra De Carolis

The Museum of Modern Art di New York ha iniziato un progetto di rinnovamento dell’intera struttura che lo vedrà chiuso dal 15 Giugno del 2019 fino a data da destinarsi. Il fine è quello di creare nuovi spazi utili all’allestimento di aree adeguate a dare rilievo a tutte quelle opere che non ne hanno avuto abbastanza fino a questo momento.
Verranno investiti circa 400 milioni di dollari. Ciò comporta non solo credere nella portata culturale che possiede l’arte ma soprattutto nel ritorno economico che questa stessa è in grado di fornire. Un progetto che scommette sull’aumento dell’affluenza che migliori il ranking del MOMA, uscito dai dieci musei più visitati al mondo.
Il caso italiano è per noi più interessante. Il Belpaese, sebbene conservi il maggior numero di siti riconosciuti dall’UNESCO, è poco valorizzato dagli italiani che non investono su ciò che hanno. Benché negli ultimi anni l’Italia abbia attuato un processo di valorizzazione dei beni culturali -che ha portato nel 2018 ad avere circa 50 milioni di visitatori con incassi che superano i 200 milioni-, sono altrettanto rilevanti i dati che evidenziano la mancata partecipazione degli italiani alla vita culturale del Paese. Il 62% dei nostri connazionali non visita musei sul suolo italiano, il 75% non visita mostre ed esposizioni temporanee, l’80% non visita siti archeologici e ancora il 56% non è interessato a monumenti storici.
L’arte in Italia è scomparsa dalla vita quotidiana, ormai anche la scuola stessa limita quest’ultima a essere un obbligo: di fatto solo il 16,6% degli studenti visita per proprio accrescimento culturale musei o altri tipi di siti. Ciò deriva non solo dal disinteresse sociale ma soprattutto da quello politico, dalla disinformazione e dalla diseducazione che hanno diffuso la credenza comune che l’arte non produca lavoro -parole dell’ex Ministro dell’Economia Tremonti “con la cultura non si mangia”, rispecchiando a pieno la convinzione errata degli italiani-. Un problema di cui la politica italiana soffre è quello di associare ai beni culturale solo ed esclusivamente musei e teatri, rivolgendosi solo alle associazioni trattanti questi ambiti. Come emerge, invece, dalla documentazione prodotta dalla Commissione Europea, per bene culturale si intendono anche musica, editoria, tv, cinema, rapporti sociali. Dati statistici ufficiali evidenziano che, senza contare i comparti delle culture materiali e quindi moda, musica, cinema e design, la cultura influenza del 6% il PIl. Dato incredibile considerando che si avvicina molto all’impatto che ha sul Pil l’industria automobilistica. Il nostro Paese non ha ancora scoperto la portata economica delle espressioni artistiche ma ha iniziato a dedicarsi con attitudine a questo settore solo dopo aver osservato gli esempi positivi delle altre nazioni. Si dimostra, infatti, che da essere la prima meta turistica a livello mondiale sia scesa in quinta posizione. L’Italia dovrebbe seguire l’esempio francese che ha attuato un processo di valorizzazione dei propri siti culturali, a tal punto da riscontrare un Pil del 9% relativo solo all’ambito turistico. Non è un caso che la Francia sia il Paese a livello internazionale più visitato e di conseguenza le opere che essa conserva sono le più apprezzate in tutto il mondo. Non vi è un beneficio solo in ambito economico. La cultura è un bene che deve servire in primo luogo alla cittadinanza. Questa non è fatta solo di beni materiali ma anche e soprattutto di beni immateriali, in grado di formare i cittadini delineando il loro profilo morale e la loro capacità sociale. Il patrimonio culturale di un paese è fatto anche dai cittadini che lo abitano e tanto più questi si dedichino alla lettura, visitino musei, scrivano, ascoltino e producano musica, tanto più il patrimonio sarà ricco.
Per citare Oscar Wilde: “Ciò che l’arte tenta di distruggere è la monotonia del tipo, la schiavitù delle mode, la tirannia delle abitudini e l’abbassamento dell’uomo alla macchina”.